Niente Autogrill


NIENTE AUTOGRILL

Aperta la sbarra della zona alloggi, dove eravamo al sicuro, ci trovammo nuovamente nel caos della città. Lo strombettare dellemacchine, il traffico, il fango e i disperati che bussavano ai finestrini sembravano più aggressivi del solito. Avevo passato sulle braccia un anti-zanzare talmente irritante che dai pori della pelle trasudava un liquido rosso. Non poteva essere altro che sangue. Passati un paio di controlli mirati a scucire qualche dollaro piuttosto che a qualsiasi tipo di seria verifica, imboccammo una strada più larga e meno trafficata. Mi misi a guardare al lato della strada i primi intrecci di liane, le baracche con i tetti in paglia, i bambini che provavano a vendere frutta e vegetali a qualche passante. Continuavo a chiedermi come facevano quelle donne a portare in equilibrio sulla testa quei cesti che dovevano pesare almeno quaranta chili. Qualche camion modello anteguerra che procedeva sulla corsia opposta, carico di banane o cataste di legna legate alla meno-peggio, sembrava puntare dritto sulla nostra macchina. Considerato che adesso mi trovo di fronte allo schermo di questo computer per scrivere, uno dei due mezzi si spostò.

Passata una mezz’ora senza inconvenienti di sorta, mentre il mio pensiero viaggiava tra la realtà e la nottata precedente, l’autista rallentò repentinamente e accostò a bordo strada. Puntò il muso della jeep verso il bush (nome in slang che indica la foresta) e si addentrò in una stradina sterrata parallela in mezzo a un milione di foglie e arbusti, facendoci sobbalzare sugli ammortizzatori probabilmente scarichi. Domandai all’autista il motivo di quella deviazione.

<<Un posto di blocco più avanti, sulla strada principale. Lo evitiamo>> rispose.

<<Ma… ne abbiamo trovati altri dieci e siamo sempre passati allungando qualche dollaro… non possiamo fare lo stesso?>> aggiunsi, con improbabile intraprendenza.

<<Questi non sembravano i soliti militari nigeriani, dovevano essere abitanti di una tribù che normalmente non va per il sottile. Si faccia spiegare da qualche collega cosa può succedere >> disse l’autista.

Mi guardò con una velata commiserazione. Mi sentii un imbecille. Rimasi in silenzio. Proseguimmo in mezzo al bush, tra arbusti e liane. La jeep continuò a saltellare sul fango. Qualche altra macchina ci seguiva, avallando la decisione del prezioso autista. Lanciai un’occhiata al militare armato sul sedile di fronte per controllare che era sveglio, tanto per confortarmi. Passammo in un piccolo villaggio. C’erano capanne, container-abitazione, qualche macchina scassata, qualche fuoco che faceva da cucina da campo. Usciti dal fogliame ci immettemmo ancora sulla strada principale.

Da una parte ero incuriosito dalla novità, dall’altra non vedevo l’ora di arrivare a destinazione e di far passare quei giorni di lavoro, per tornarmene in una città con gente normale a passeggio e pochi pericoli. Avrei accettato volentieri i semafori, il traffico, e… persino i vigili urbani. Decisi di provare ancora ad addormentarmi. Mi appoggiai al finestrino. Niente da fare. Tra buche e personaggi strani a bordo strada non c’era verso di chiudere occhio. Autista e M.P. (il nostro militare nigeriano armato) chiacchieravano nella loro lingua, impermeabili a qualsiasi sollecitazione esterna. Chiesi quanto mancava a destinazione.

<< Un paio d’ore… >> rispose l’autista.

Rispondeva sempre due ore. Iniziavo a sospettare un bluff riguardo ad i duecento chilometri da percorrere…

Uccelli di non so quale specie volavano a pochi metri dal tetto della macchina e planavano sugli alberi secolari o verso terra. Provai a fare due conti sull’apertura alare. Visto che superava certamente il metro e mezzo non si poteva trattare dei soliti presenti in occidente. Emettevano suoni che sembravano grida e si abbassavano al suolo in picchiata, forse per agganciare qualche serpente o piccolo animale.

<<Probabilmente sono dei condor o degli avvoltoi>> disse l’autista.

Mi appoggiai ancora al finestrino. Stavo per addormentarmi finalmente, quando notai che autista e militare sui sedili anteriori iniziavano a parlare in tono più concitato, indicando la strada. Sollevai la testa. In fondo al rettilineo e al lato della strada c’era gruppo di indigeni. Alzavano le braccia. Erano agitati. L’autista proseguì nella loro direzione. Strade alternative non ce n’erano. Due tipi in mezzo alla strada facevano cenni verso di noi. Sembravano volerci fermare. Guardai l’autista.

<<Non si preoccupi>> disse.

Accelerò. Arrivammo a una cinquantina di metri, a velocità sostenuta. Notai una grossa liana, tirata dal gruppo di indigeni da una parte all’altra della strada.

<<Attenzione!!>> esclamai, sporgendomi sui sedili di fronte e indicandola.

<<Non si preoccupi>> replicò l’autista.

Serrò il volante tra le mani e accelerò ancora. Gli indigeni proseguivano con i gesti. Tre o quattro tenevano la liana dai lati della strada, mezzi nudi. Due si mossero in mezzo alla strada. Altri, ai lati, tenevano qualcosa nelle mani. Forse dei bastoni, o meglio ancora delle armi. Maledicendo il momento in cui avevo deciso di lasciare il tranquillo lavoro a Roma, puntellai le mani sul sedile preparandomi al peggio. L’autista accelerò nuovamente. L’impatto con la liana e i tipi in mezzo alla strada sembrava ormai inevitabile. In un batter d’occhio invece, quelli che tenevano la liana la mollarono e i due in mezzo saltarono ai lati, urlando. Procedemmo oltre, con il gruppo alle spalle che ancora urlava. Mi girai indietro e li vidi allontanarsi. L’autista rallentò l’andatura.

<<Si è fatto male??>> mi disse.

Sorrise. Anche il militare mi guardò. Sembrava divertito. A me, non veniva molto da ridere. L’autista mi disse che si trattava di un banale tentativo di fermarci. Forse per derubarci, o forse per chiedere solo dei soldi. Aggiunse che qualche macchina che viaggiava a velocità maggiore a volte investiva qualcuno meno veloce a spostarsi, purtroppo. Ma inevitabilmente visto che fermarsi in quella zona non era assolutamente il caso. Disse che lui non aveva mai investito nessuno.

Limitando le domande e i commenti a riguardo mi accesi una sigaretta. Procedemmo sulla strada principale. Tornai a guardare il bush. Qualche albero bruciacchiato, qualche capanna di indigeni. Il grido degli uccelli adesso era meno frequente e la vegetazione più rada.

<<Ha fame?>> mi chiese l’autista.

<<Insomma… posso resistere>> replicai, poco convinto.

<<È sicuro che non vuole mangiare qualcosa?… Ci vorrà ancora almeno un’ora per arrivare a Warri>> aggiunse.

Considerato che ormai non mi fidavo più delle previsioni sull’arrivo, confessai un certo languore di stomaco. L’autista disse qualcosa alla guardia armata, proseguimmo per qualche centinaio di metri, si infilò in una stradina laterale sterrata. Ci avvicinammo a delle capanne in mezzo agli arbusti. Rallentò l’andatura, si fermò in prossimità di un gruppo di uomini coperti di stracci. Disse qualcosa a uno di loro che si era avvicinato alla nostra macchina. Ripartì, di scatto.

<<Cos’è ?! Un altro posto di blocco?>> esclamai.

<<No sir, qui c’è un villaggio dove possiamo trovare qualcosa da mangiare>>.

<<Ma avevo detto che potevo resistere!>> aggiunsi, conscio ormai troppo tardi di aver infilato un altro imprevisto alla serie innumerevole di quelli già esistenti.

<<Non si preoccupi… questo è un villaggio che conosciamo>>.

Tornai a guardare dal finestrino, promettendo a me stesso che non avrei più fiatato se non per validi motivi. Ci infilammo ancora più all’interno del cerchio di baracche. Un gruppo di bambini mezzi nudi, neri come la pece, si avvicinò alla macchina. Provarono ad aggrapparsi ai vetri e qualcuno più audace si piazzò direttamente sul cofano. L’autista tirò giù il vetro e disse qualcosa a quello che sembrava il più grande. Si girò dalla mia parte.

<< Sir, per avere dei panini dobbiamo andare al prossimo villaggio, qui c’è solo della frutta >> disse, cercando di gestire il benevolo assalto dei bambini, con le buone maniere.

<<Va benissimo la frutta! >> esclamai.

Avanzammo fino a una specie di carretto. Scese dalla macchina. Il militare chiuse il finestrino, impassibile alle richieste di denaro degli astanti. Notai che alle spalle dei bambini si stava aggiungendo qualche adulto, più o meno malconcio. I bambini urlavano e allungavano le mani verso i vetri, in cerca di elemosina. I loro occhi erano grandi e belli. E tristi. Tirai giù il finestrino, mentre il militare mi diceva di non farlo. Allungai qualche dollaro al gruppo d’assalto. E anziché allontanarsi alla decina di presenti se ne aggiunsero altrettanti. Tirai fuori qualche banconota. La consegnai a quello che sembrava il bambino capobanda. Provai a dirgli in inglese di dividere i soldi con gli altri, dubbioso sul fatto che potesse capirmi e temendo di suscitare una rissa per il possesso dei dollari. Chiusi il finestrino. E vidi che esistono ancora dei giusti. Certamente più tra i bambini che tra gli adulti. Il bambino capo stava dividendo i soldi con gli altri. Tornò l’autista, con un casco di banane. Saltò a bordo, me lo diede, ripartì rapidamente. Ringraziai, chiedendo quanto dovevo pagare. Sorrise. Disse che avrebbe chiesto i soldi indietro al suo capo e che comunque con quei soldi in albergo non ci avrei neanche comprato una caramella. Tornati sulla strada principale addentai una banana, piccola ma dal sapore eccellente. Passai le altre ai due compagni di viaggio, certamente stanchi e affamati più di me. Tornai a guardare la selva dal finestrino. Mi vennero in mente gli autogrill dell’autostrada Roma – Milano, dove si può scegliere tra quarantacinque tipi di panini dai nomi improbabili, dieci tipi di pizza di colore diverso ma con lo stesso sapore, birra e alcolici per chi vuole essere più allegro, o per chi non lo è mai stato e vuole schiantarsi nella nebbia in autostrada dimenticando il resto.

Chissà se un giorno al posto di quella baracca in mezzo al verde e al grido degli uccelli sarebbe comparso un luccicante autogrill su un bel piazzale coperto d’asfalto?

Ne dubitavo, o quantomeno avevo dei dubbi che questo potesse avvenire in poco tempo.

E in fondo, non me lo auguravo neanche più di tanto.

Tratto dal libro “L’altra faccia del mal d’Africa”,  di Alberto Radicchi